L’industria pesante rappresenta uno dei nodi più complessi della decarbonizzazione nel contesto della transizione energetica europea. Acciaio, cemento, chimica, ceramica e vetro costituiscono l’ossatura manifatturiera italiana e generano oltre 62 miliardi di euro di valore aggiunto, impiegando circa 1,2 milioni di lavoratori.

Questi settori sono definiti hard-to-abate perché le loro emissioni di CO₂ non dipendono soltanto dall’energia utilizzata, ma anche dai processi chimici stessi. Questo significa che l’elettrificazione, soluzione spesso efficace in altri comparti, non è sufficiente per azzerare le emissioni.

Nel 2026 la strategia industriale italiana si sta quindi orientando verso un mix tecnologico che combina diverse soluzioni: cattura e valorizzazione della CO, idrogeno, nuovi materiali e innovazione nei processi produttivi.

Tre fronti stanno emergendo come centrali nella transizione industriale del Paese.

CCS: Ravenna diventa l’hub europeo della cattura della CO₂

Uno dei progetti più rilevanti è l’hub di Carbon Capture and Storage (CCS) di Ravenna, sviluppato da Eni e Snam.

La prima fase del progetto è ormai operativa e, nel tempo, ha consolidato un posizionamento internazionale grazie all’elevato livello di maturità tecnologica raggiunto.

L’infrastruttura sfrutta i giacimenti di gas esauriti dell’Adriatico per immagazzinare la CO₂ catturata dagli impianti industriali e dalle centrali elettriche. L’obiettivo è arrivare a 4 milioni di tonnellate di CO₂ stoccate ogni anno entro il 2030.

Per molti impianti industriali difficilmente elettrificabili — come cementifici o centrali termiche — la cattura della CO₂ rappresenta oggi una delle poche opzioni concrete per ridurre le emissioni ed evitare i costi crescenti del sistema ETS europeo.

Il progetto Ravenna CCS viene ormai considerato uno dei potenziali hub di stoccaggio della CO₂ per l’intero bacino del Mediterraneo, aprendo la strada anche allo stoccaggio di emissioni provenienti da altri Paesi europei.

Acciaio: la transizione verso il green steel

Un altro fronte strategico riguarda la trasformazione dell’industria siderurgica italiana, con il polo di Taranto (ex Ilva) al centro del dibattito industriale e politico.

La strategia di decarbonizzazione si basa sull’introduzione della tecnologia DRI (Direct Reduced Iron), che permette di produrre preridotto utilizzando gas naturale invece del carbone nei primi anni della transizione.

Il piano prevede una conversione progressiva:

  • inizialmente utilizzo di gas naturale per ridurre le emissioni rispetto agli altiforni tradizionali
  • successivamente passaggio all’idrogeno verde, previsto entro il 2037

Per sostenere questo processo, il PNRR ha stanziato circa 1 miliardo di euro destinato alla riconversione dell’acciaieria e allo sviluppo della filiera del preridotto.

L’obiettivo è allineare l’Italia alle strategie già adottate in altri poli industriali europei, come Duisburg in Germania, dove i principali produttori siderurgici stanno accelerando sulla produzione di green steel.

Cemento e ceramica: la sfida delle emissioni di processo

Nei settori del cemento e della ceramica il problema è ancora più complesso. Gran parte delle emissioni deriva infatti dalle reazioni chimiche del processo produttivo, in particolare dalla produzione di clinker.

Per questo motivo la ricerca si sta concentrando soprattutto su nuovi materiali e innovazioni nei processi.

Tra le soluzioni più promettenti emergono:

  • Argilla calcinata
    Una tecnologia che consente di sostituire parte del clinker nel cemento, riducendo significativamente l’impronta carbonica del materiale.
  • Biochar nei materiali edili
    Derivato dalla pirolisi di biomasse, il biochar può essere integrato in alcuni materiali da costruzione contribuendo a immagazzinare carbonio nelle strutture.
  • Idrogeno nei forni ceramici
    Nei distretti ceramici italiani, come quello di Sassuolo, sono in corso sperimentazioni per utilizzare miscele di idrogeno e metano nei forni industriali, con l’obiettivo di ridurre le emissioni senza compromettere la qualità del prodotto.

Il quadro normativo: verso la bancabilità dei progetti (DL 19/2026)

La transizione dell’industria pesante in Italia passa sempre più dalla capacità di rendere i progetti finanziabili. È su questo punto che interviene il DL 19/2026, agendo su due leve decisive: tempi autorizzativi e stabilità economica degli investimenti.

Il decreto semplifica e accelera i processi autorizzativi per impianti di decarbonizzazione e infrastrutture energetiche strategiche, riducendo uno dei principali ostacoli allo sviluppo dei progetti.

Ma il vero cambio di paradigma riguarda la prevedibilità dei ricavi. Con l’introduzione dei Carbon Contracts for Difference (CCfD), lo Stato riduce il rischio legato alla volatilità del prezzo della CO₂, garantendo un quadro economico più stabile per le imprese.

In questo modo, progetti ad alta intensità di capitale, finora difficili da sostenere, diventano strutturalmente bancabili.

Secondo le stime di settore, questa strategia richiederà tra 1,6 e 3,1 miliardi di euro all’anno: un investimento necessario per mantenere la competitività dell’industria italiana nella transizione verso modelli produttivi a basse emissioni.

La prossima sfida: costruire le infrastrutture della transizione

Il prossimo passo della decarbonizzazione industriale non riguarda solo le tecnologie, ma soprattutto le infrastrutture.

Produrre idrogeno o catturare CO₂ non è sufficiente se non esistono reti efficienti per trasportare e distribuire queste nuove molecole energetiche.

Progetti come il SoutH2 Corridor, il corridoio dell’idrogeno che collegherà il Nord Africa con l’Europa centrale passando per l’Italia, potrebbero avere un impatto decisivo sul futuro energetico del sistema industriale italiano.

Se queste infrastrutture verranno realizzate nei tempi previsti, l’Italia potrebbe trasformarsi da semplice paese di transito a hub energetico strategico per l’industria europea.