Con il recepimento italiano della RED III, il settore energetico europeo entra in una fase molto diversa rispetto a quella degli ultimi dieci anni.

La direttiva non punta soltanto ad aumentare la quantità di energia rinnovabile prodotta. Introduce un principio molto più profondo: l’energia dovrà essere sempre più vicina ai luoghi in cui viene consumata.

È questo il significato della nuova quota prevista per gli edifici, che entro il 2030 dovranno coprire almeno il 40,1% dei consumi energetici attraverso fonti rinnovabili prodotte “negli edifici o nelle loro vicinanze”.

Può sembrare un dettaglio normativo, ma in realtà cambia radicalmente il modo in cui verranno progettati gli impianti, gestita la rete elettrica e valorizzati gli asset energetici.

Per anni il mercato è cresciuto secondo una logica relativamente semplice: sviluppare grandi impianti, produrre energia dove era più conveniente e trasportarla attraverso la rete nazionale. La RED III introduce invece una logica diversa, molto più distribuita, territoriale e integrata con la domanda energetica reale.

Ed è proprio qui che iniziano le conseguenze concrete.

La rete elettrica diventerà il vero nodo del sistema

Uno degli effetti più evidenti della RED III riguarda la rete italiana.

L’Italia dovrà installare decine di GW aggiuntivi di rinnovabili entro il 2030, ma la crescita delle infrastrutture elettriche non sta procedendo alla stessa velocità. Questo significa che nei prossimi anni il problema non sarà soltanto produrre energia rinnovabile. Sarà riuscire a integrarla.

Le prime tensioni sono già visibili. In alcune aree del Paese, soprattutto nel Sud Italia, la quantità di nuova capacità autorizzata sta crescendo più rapidamente della capacità della rete di assorbirla. Il risultato è un aumento delle congestioni, connessioni più lente e maggiore rischio di curtailment.

Per questo la localizzazione degli impianti inizierà a contare molto di più rispetto al passato. Un impianto vicino a poli industriali, aree logistiche o grandi centri di consumo potrebbe avere molto più valore di un progetto isolato ma lontano dalla domanda energetica.

La RED III, di fatto, aumenta il valore energetico del territorio.

Lo storage smetterà di essere opzionale

C’è poi un altro tema destinato a diventare centrale: la flessibilità.

Più cresce il fotovoltaico, più aumenta il bisogno di accumulo e gestione intelligente dell’energia. È una dinamica già evidente nei mercati europei più maturi, dove nelle ore centrali della giornata l’eccesso di produzione solare abbassa fortemente il prezzo dell’energia.

Questo fenomeno, noto come cannibalizzazione dei prezzi, renderà progressivamente meno sostenibili gli impianti completamente esposti al mercato elettrico senza sistemi di stabilizzazione dei ricavi.

Per questo batterie, storage distribuito e demand response diventeranno componenti strutturali del sistema energetico. Non più semplici upgrade tecnologici, ma strumenti necessari per rendere sostenibile l’integrazione massiva delle rinnovabili.

Anche se la RED III non parla esplicitamente di storage come obbligo, il mercato si sta chiaramente muovendo in quella direzione.

Le Comunità Energetiche entreranno nella fase industriale

La direttiva potrebbe avere un impatto molto forte anche sulle Comunità Energetiche Rinnovabili.

Negli ultimi anni le CER sono rimaste spesso in una fase sperimentale, sostenute più dalla spinta normativa che da una reale maturità industriale. Ma la combinazione tra produzione locale, obblighi FER e necessità di alleggerire la rete potrebbe cambiare rapidamente il quadro.

Nei prossimi anni inizieranno probabilmente a emergere modelli molto più strutturati, soprattutto nei distretti industriali e nelle aree ad alta densità energetica, dove produzione, accumulo e autoconsumo collettivo potranno essere integrati in modo economicamente efficiente.

La RED III, in questo senso, accelera il passaggio da un sistema energetico centralizzato a uno molto più distribuito.

Cambierà anche il valore degli edifici

La direttiva non riguarda soltanto il settore energetico. Avrà effetti diretti anche sul real estate.

Gli edifici energivori rischiano infatti una progressiva perdita di competitività economica, mentre aumenterà il valore degli immobili capaci di produrre energia, ridurre i consumi e integrare sistemi di accumulo.

Questo riguarderà soprattutto logistica, industriale, retail e data center, cioè tutti i segmenti dove il costo energetico è destinato a diventare sempre più centrale nella valutazione dell’asset.

L’energia, in altre parole, smetterà progressivamente di essere soltanto un costo operativo e diventerà parte integrante del valore immobiliare.

La RED III premierà chi saprà integrare energia e domanda

Uno degli effetti meno discussi della direttiva riguarda la qualità dei progetti energetici.

Negli ultimi anni gran parte del valore del mercato era legato alla capacità autorizzativa. Ottenere permitting significava spesso creare automaticamente valore. Nei prossimi cinque anni potrebbe non essere più sufficiente.

Il mercato inizierà probabilmente a distinguere molto di più tra progetti semplicemente autorizzati e progetti realmente integrabili nel sistema energetico.

Diventeranno quindi più importanti la qualità della connessione, la vicinanza ai consumi, la capacità di stabilizzare i ricavi e l’integrazione con storage o autoconsumo.

È questo il vero cambio di paradigma introdotto dalla RED III.

Per oltre un decennio la priorità europea è stata aumentare rapidamente la produzione rinnovabile. Adesso il tema centrale diventa diverso: integrare quella produzione nel sistema economico e territoriale in modo efficiente.

Ed è probabilmente qui che si giocherà la vera trasformazione del mercato energetico italiano da qui al 2030.