La crescita delle energie rinnovabili rappresenta uno dei pilastri della strategia energetica europea. In Italia, tuttavia, lo sviluppo di nuovi impianti utility-scale continua a confrontarsi con un ostacolo strutturale: il permitting delle rinnovabili, cioè l’insieme delle procedure autorizzative necessarie per realizzare nuovi impianti eolici e fotovoltaici. Nonostante gli interventi normativi degli ultimi anni, i tempi di autorizzazione rimangono spesso lunghi e incerti, influenzando direttamente la velocità con cui nuovi progetti possono essere realizzati.

Secondo gli obiettivi aggiornati del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), l’Italia dovrà raggiungere circa 130 GW di capacità rinnovabile installata entro il 2030.

Questo obiettivo implica un’accelerazione significativa rispetto al ritmo di sviluppo attuale. Tuttavia, nel primo trimestre del 2026 molti operatori del settore continuano a indicare il permitting come il principale fattore di rallentamento degli investimenti.

Il nodo delle autorizzazioni: il ruolo delle Commissioni VIA

Uno dei passaggi centrali nel permitting delle rinnovabili è la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), che rappresenta spesso la fase più lunga del processo autorizzativo.

Nel 2021 è stata istituita la Commissione Tecnica PNRR-PNIEC per accelerare la valutazione dei progetti energetici strategici.

Nonostante questo rafforzamento istituzionale, il numero crescente di progetti presentati negli ultimi anni ha aumentato significativamente il carico di lavoro delle commissioni tecniche.

Secondo diverse stime di settore, oltre mille progetti tra fotovoltaico ed eolico risultano ancora in fase di valutazione tra procedure VIA e autorizzazioni uniche.

Questo squilibrio tra numero di progetti e capacità amministrativa rappresenta uno dei principali colli di bottiglia nello sviluppo degli impianti utility-scale.

Il conflitto tra Stato e Regioni sulle aree idonee

Un secondo elemento critico riguarda l’applicazione del decreto sulle aree idonee per le rinnovabili, che dovrebbe individuare le zone più adatte allo sviluppo di nuovi impianti.

Il quadro normativo deriva dal recepimento delle direttive europee sulla transizione energetica. In teoria, questo strumento dovrebbe facilitare l’individuazione delle aree in cui gli impianti possono essere autorizzati con procedure semplificate.

In pratica, l’attuazione regionale ha prodotto risultati molto diversi tra territori. Alcune regioni hanno introdotto criteri restrittivi legati alla tutela del paesaggio o del suolo agricolo, riducendo in modo significativo la superficie effettivamente disponibile per nuovi impianti.

Questa frammentazione normativa ha aumentato il livello di incertezza regolatoria per gli investitori, soprattutto nei progetti di grandi dimensioni.

Il problema del dissenso tra amministrazioni

Il processo autorizzativo italiano prevede il coinvolgimento di numerosi enti: ministeri, regioni, soprintendenze, autorità ambientali e amministrazioni locali.

Quando emergono pareri contrastanti tra amministrazioni, la decisione finale può essere rimessa al Consiglio dei Ministri, attraverso la procedura di superamento del dissenso. Sebbene questo strumento sia stato introdotto per accelerare le decisioni, nella pratica è diventato sempre più frequente nei progetti rinnovabili di grande scala.

Il risultato è una crescente politicizzazione delle decisioni tecniche e un ulteriore allungamento dei tempi autorizzativi.

La connessione alla rete: un ulteriore collo di bottiglia

Anche dopo il completamento dell’iter autorizzativo, molti progetti devono affrontare un ulteriore passaggio critico: la connessione alla rete elettrica.

Il gestore della rete di trasmissione nazionale, Terna, gestisce le richieste di connessione degli impianti di grande dimensione. In alcune aree del Paese, soprattutto nel Sud Italia, la rete risulta satura dal punto di vista amministrativo, a causa di numerose richieste di connessione presentate per progetti che non verranno necessariamente realizzati.

Questo fenomeno, noto nel settore come capacity hoarding o “camping sulla rete”, rende più difficile l’accesso alla capacità di rete per progetti effettivamente cantierabili.

Il confronto europeo: Italia, Germania e Spagna

Il confronto con altri mercati europei evidenzia ulteriormente il problema dei tempi autorizzativi.

Secondo le analisi della International Energy Agency, il tempo medio necessario per autorizzare nuovi impianti rinnovabili varia significativamente tra i diversi Paesi europei.

In Germania, grazie a una forte digitalizzazione delle procedure e all’applicazione del principio di interesse pubblico prevalente per le rinnovabili, molti progetti eolici vengono autorizzati in circa due anni.

In Spagna, il permitting per grandi impianti fotovoltaici richiede generalmente tra i 18 e i 24 mesi.

In Italia, invece, la durata complessiva delle procedure può superare i quattro o cinque anni, soprattutto nei progetti eolici.

Permitting delle rinnovabili: il vero problema

Per gli investitori infrastrutturali, il problema principale non è soltanto la durata delle procedure, ma l’imprevedibilità dei tempi.

Nei mercati più maturi, come Germania o Paesi Bassi, un operatore può stimare con relativa precisione la durata del processo autorizzativo.

In Italia, invece, nuove prescrizioni paesaggistiche, ricorsi amministrativi o cambiamenti normativi possono intervenire anche dopo diversi anni di istruttoria.

Questa incertezza rende più complessa la pianificazione finanziaria dei progetti e tende a spostare una parte degli investimenti verso mercati europei con maggiore stabilità regolatoria.

Conclusione

Il permitting delle rinnovabili rappresenta oggi uno dei fattori più determinanti per la velocità della transizione energetica italiana.

Ridurre i tempi autorizzativi non significa soltanto accelerare lo sviluppo delle rinnovabili, ma anche rafforzare l’attrattività del Paese per gli investimenti infrastrutturali.

Nel contesto degli obiettivi energetici europei al 2030, la vera sfida non riguarda tanto la disponibilità di tecnologia o di capitali, quanto la capacità del sistema amministrativo di accompagnare la crescita del settore con procedure più rapide, prevedibili e coordinate.