Quando si parla di transizione energetica, l’idrogeno appare sempre come il protagonista del futuro. Tuttavia, l’idrogeno verde – prodotto da elettrolisi alimentata da fonti rinnovabili – non è ancora pronto per una diffusione su larga scala. In questo scenario entra in gioco l’idrogeno da biomasse, una tecnologia alternativa che potrebbe accelerare la riduzione delle emissioni già nei prossimi anni.
Uno studio pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences da ricercatori di Princeton e Yale ha analizzato in dettaglio il potenziale del cosiddetto Bio-H₂ nel sistema energetico statunitense, stimandone l’impatto ambientale, i limiti e le reali possibilità di implementazione.
Come si produce l’idrogeno da biomasse
L’idrogeno da biomassa non deriva da processi fossili, ma da un processo chiamato gassificazione termochimica. In pratica, materiali organici come residui legnosi o scarti agricoli vengono trattati a temperature superiori ai 700 °C in presenza di ossigeno e vapore, senza combustione diretta. Questa reazione produce un syngas, una miscela che contiene idrogeno e monossido di carbonio.
La caratteristica interessante è che la biomassa, durante la crescita, assorbe anidride carbonica dall’atmosfera.
Idrogeno da biomasse e riduzione delle emissioni: quanto possiamo risparmiare?
Lo studio indica che il Bio-H₂ può ridurre le emissioni tra 1,8 e 5,5 kg CO₂ equivalente per ogni chilo di idrogeno prodotto, rispetto alle filiere tradizionali. In assenza di meccanismi come il carbon pricing o incentivi specifici per l’elettrolisi, l’idrogeno da biomassa potrebbe garantire una riduzione complessiva delle emissioni da 1,6 a 2 volte superiore rispetto a scenari che ne escludono l’utilizzo tra il 2025 e il 2050.
Questo posiziona il Bio-H₂ come una soluzione di transizione strategica, in grado di ridurre l’impatto climatico nel breve periodo, mentre l’elettrolisi si avvicina alla maturità tecnologica ed economica. Per confronti sui diversi tipi di idrogeno, è utile il confronto dell’IEA https:/www.iea.org/.
Limiti tecnologici ed economici: una sfida ancora aperta
Nonostante il potenziale, esistono ostacoli rilevanti. Gli impianti di gassificazione richiedono che la filiera del Bio-H₂ necessiti di una gestione sostenibile delle biomasse, per evitare conflitti con l’uso agricolo dei suoli o problemi di deforestazione. Il Rapporto IPCC (https://www.ipcc.ch/) affronta spesso questi temi legati al ciclo del carbonio.
Esiste anche un problema di allocazione settoriale: oggi il 75% dell’idrogeno è destinato ai trasporti, che non sono il settore dove il Bio-H₂ garantirebbe il maggiore beneficio climatico. Industrie pesanti come acciaio e metallurgia, molto più energivore e ad alta intensità emissiva, ne utilizzano pochissimo. Senza politiche mirate, il potenziale di mitigazione dell’idrogeno rischia di essere disperso.
Un ponte verso l’idrogeno da elettrolisi
L’idrogeno da biomasse non deve essere visto come il punto di arrivo, ma come un ponte. Offre una combinazione di fattibilità industriale e beneficio ambientale, utile soprattutto nei decenni in cui l’idrogeno da elettrolisi sarà ancora costoso o limitato dalla capacità produttiva delle rinnovabili.
Accelerare la decarbonizzazione significa usare tutte le soluzioni disponibili, non attendere quella perfetta. In questo senso, il Bio-H₂ è una tecnologia ponte con un importante vantaggio: è già applicabile e scalabile.
Conclusione: scegliere oggi, per respirare domani
La transizione energetica non può essere solo una visione del futuro, deve essere un cantiere del presente. L’idrogeno da biomasse, con la sua capacità di ridurre le emissioni e colmare il divario verso tecnologie più pulite, può diventare una leva concreta per i sistemi energetici nazionali.
Perché la vera domanda non è solo come produrremo energia nel 2050, ma cosa saremo disposti a fare nel 2025.

